Circa l’oratorio

Una lettera per i sacerdoti dalla Pastorale Giovanile

Ai fratelli sacerdoti

Circa l’Oratorio

 

don Pietro Bianchi

Pastorale Giovanile Vocazionale

 

 

Da ragazzino il mio sport preferito era correre. Non i 10 mila metri. Preferivo correre dietro ad un pallone. Le domeniche di inverno, e tutti i giorni durante l’estate su e giù per il campetto di terra polverosa del mio Oratorio, inseguendo sempre la vittoria. Mi piaceva vincere, non partecipare. Anche le schiappe partecipavano. Volevo vincere, essere il primo. Battere gli altri, stracciarli. Chi perdeva, per di più, oltre alla magra figura di fronte agli altri e soprattutto agli occhi delle ragazze e del gruppo di amici, doveva pure offrire ai vincitori una lattina di bibita gassata (quella scura per intenderci), a 950 lire. Una vera umiliazione.

Tirando calci al pallone, tante voci ho ascoltato. Il bello dell’oratorio è il caos, non il silenzio. Sono i colori, la confusione, il disordine. Tante voci, dicevo. La più forte, sicuramente, quella del parroco o del seminarista disperato: “Scendete dal muretto, disgraziati!”. Poi le voci degli amici, tra una battuta e qualche parolaccia, un canto o urla sguaiate. E ancora, come dimenticare le voci della barista?: “Dove vai! Il resto!” oppure “Non si rubano le caramelle!”. La rabbia della vicina di casa, la avete sentita anche voi?: “Abbassate la musica! E poi basta con questa polvere!” E alle 19.10, puntuale come un orologio svizzero, l’urlo tonante della mamma, sui primi rudimentali cellulari: “Ma sei ancora lì? Noi iniziamo a mangiare. Se non ti muovi vengo a prenderti per le orecchie!”.

Ma la verità è che in tutte queste voci, nascosta e più sottile, soffiava la Parola del Signore: “Seguimi!”. Mica l’ho sentita così allora. Da bambino sentivo solo il parroco, la barista e la mamma. E poi io volevo solo giocare, mica fare il prete. Anzi, volevo solo vincere. Volevo la coca cola gratis (ops… l’ho detto!) e il ghiacciolo offerto.

Eppure la Grazia lavorava, scavava, apriva strade e sentieri su cui gettare semi. Preparava il terreno su cui avrei costruito la casa. Così l’amicizia con il Signore più per pazienza e testardaggine Sua, che mia, cresceva, si irrobustiva. Gesù piano piano imparava a conoscermi e iniziava a farsi conoscere. A rivelarsi. Vedendomi vincere e perdere, gioire e farmi male. Per questo mi ha regalato tutti i tempi, in Oratorio. Si è nascosto silenzioso nella stecca del sole e nel diluvio. Nella neve e nella grandine. Ha provato la mia resistenza facendomi giocare con la giacca e a petto nudo (ma solo quando il don era via).

Una parola è da dire sul vento. L’ho sempre mal sopportato. Il sibilo che passava tra le case, che faceva ondeggiare i pini dell’ Oratorio, che spostava il pallone destinato all’incrocio dei pali, ha sempre provocato in me, oltre che potente allergia, anche un gran fastidio. Eppure è stato un prezioso amico per imparare a riconoscere, a tempo opportuno, un altro Soffio. Quello che spariglia le carte, che ti gira lo sguardo da un’altra parte, che scombina i piani e rovescia i progetti. “Da grande farò l’infermiere”, sognavo. Lo Spirito Santo è la potenza di Dio, è la relazione fatta legame, comunione. Invisibile e forte come l’Amore. È grazie allo Spirito che “tutto ciò che vuole il Signore lo compie in cielo e sulla terra, nei mari e in tutti gli abissi” (sal 135). Persino in me.

In Oratorio, correndo, insieme alle parole degli uomini, Dio mi raccontava la Sua volontà, con una delicatezza da non disturbare o interrompere la partita, senza distrarmi durante il rigore decisivo (quello che, se segni, hai vinto, alle 19.09!). Io troppo distratto dal campetto e da altro. L’Emmanuele invece, sempre presente, attento. Il Dio-che-c’è. Il Signore mi ha guardato giocare, rubare le caramelle, parlare male degli altri sulla panchina, chiacchierare durante la messa, innamorarmi e odiare, fare il “sapientino” al catechismo, piangere e pregare cuore a cuore. Chissà cosa ci avrà trovato di interessante.

Quando da grande ho ascoltato la Bibbia, mi ci sono trovato dentro. Un po’ come Matteo, Pietro, come i due figli del tuono (anche loro volevano sempre vincere!), come Maddalena, Tommaso, il tale con tanti beni, e Giovanni. Un po’ tutti assomigliano a me. E il Signore lì a ripetermi: “Sì, proprio te”. “Signore, mi vedi? Io sono il peggiore dei giocatori, quello che vuole sempre vincere, a cui importa poco degli altri”. “Sì, ecco, proprio te!”.

Da prete ho rivisto tutto questo. Con una consapevolezza maggiore. Come uno che guarda la vita nascente a partire dalla fine, che si prende cura delle radici avendo già chiari i frutti. Sapevo bene il valore educativo – e quindi vocazionale! – del torneo, della festa, della pizza, delle ginocchia sbucciate, del muretto, del ping pong e della cappellina, dell’incontro con l’altro, con il diverso, perfino il nemico.

E vederlo negli occhi dei bambini e dei ragazzi che, come me, volevano sempre vincere, ha provocato in me un’emozione così forte che anche le lacrime sono diventate preghiera. Perché al Signore dico: “Grazie”. Per ogni granello di sabbia di quel campo, per ogni caramella rubata, per ogni amico del cammino, per ogni Sua Parola nascosta in mille parole per non essere invadente, insistente, importuno. Per non interrompere le partite e le litigate.

Da prete, si vede anche la fitta rete amorevole che accompagna questa meraviglia. La famosa barista, catechista, i preti vicini, gli animatori e gli educatori. A loro, sappiamo bene, se non una standing ovation o un aumento di stipendio, sicuramente il nostro e, di tutti, grazie!

Questo l’Oratorio. Terra sacra, cortile, palestra, bottega, scuola, (chiamatelo come volete) per l’incontro con l’Altro. Terra di semina abbondante per frutti di libertà che matureranno con il tempo e con la vita.

Ora vedere tutto questo chiuso, silenzioso, è una ferita. Lo è per tutti. Per il bambino che voleva correre – e vincere! – e per noi sacerdoti.

Non ci sono soluzioni e il futuro, ad oggi, è incerto. Sono l’ultimo a dover parlare, ne ho anche poco diritto. Tre cose però, per chi vuole, vorrei dirvi (gli altri, liberi di interrompere qui la lettura).

  • Sì, lo so, banale. Ma la Grazia di Dio non ci abbandona, oggi. Parla solo parole nuove. Tutte da ascoltare, tutte da gustare, come quelle pagine della Bibbia che quando le leggi ti sembra siano state aggiunte il giorno prima, tanto suonano fresche, nuove! Come l’inizio di un nuovo fidanzamento.

Grazie a voi preti, perché la fatica che portate nel cuore, la preoccupazione per la salute, vostra, dei nostri confratelli o parrocchiani, parenti o amici, solo voi la potete comprendere. E a volte potete dirla a pochi. Trovarsi con tutti i “nostri” strumenti spenti, depotenziati, scarichi, è una fatica. Oratori vuoti e chiese senza fedeli, messe a banchi silenziosi e  funerali alla svelta. Non è facile.

Grazie a voi per la creatività e la fantasia di questo tempo. Video, momenti di preghiera, oratori e catechesi virtuali, testi, lettere, iniziative di ogni genere. Pur con fatiche e limiti, è uscita la creatività e il desiderio di essere vicini. La solitudine c’è, per noi abituati a “stare in mezzo” alla gente. Ma aiuta ricordarci l’essere parte di un solo Corpo. Lo Spirito Santo ancora ci unisce e fa di tanti chicchi un pane solo. Di tanti acini, un unico vino, nuovo. La comunione è dono del Signore, non opera nostra. Di certo non impegno passeggero di andare d’accordo. La comunione è grande. Il pane contiene tutti. Sulla terra e nei cieli. Fratelli lo siamo sul serio, consanguinei. Maggiore è la diversità, un pizzico di follia serve, più grande la comunione. Il Vescovo, pastore, ha cura del gregge, perché ogni pecorella riceva il cibo e la Vita.

Rinati dalla veglia pasquale, come in un nuovo Battesimo, noi tutti abbiamo un nuovo sguardo. Soprattutto tra noi. (“Se nella vita devi scegliere tra l’essere giusto e gentile, sii gentile. Chi hai al tuo fianco, sta combattendo la tua stessa battaglia”. Cit.)

  • Meglio di me lo sapete. In noi opera e abita lo stesso Spirito che ha risuscitato Gesù dai morti e dà la vita anche ai nostri corpi fragili e mortali (cfr Rm 8,11). Non un buon sentimento, né lo “spiritello” di cui si aveva paura da piccoli. Lo Spirito che ha strappato Gesù dal potere della morte, che lo ha rialzato. Questa è la forza dei nostri gesti, la potenza che è comunicata e nascosta nelle nostre parole. In primis quando celebriamo l’Eucaristia, ma anche quando dal di dentro di questo Corpo glorioso che è la Chiesa, facciamo una telefonata, consoliamo, preghiamo, ascoltiamo un fratello o una sorella.

Ricordarmi questo, mi fa sentire vivo e graziato. Sì, fortunato. Scelto. Rimango il mascalzone di prima, di certo non uno stinco di santo e non il migliore. Ma non solo. Mai solo. Questo Spirito d’Amore, trovando in noi un terreno disponibile, darà frutti che ancora nessuno di noi può neanche immaginare. Come sempre è stato per la materia disponibile alla Vita. Aperta all’Amore.

  • Circa l’Oratorio. Non ho la bacchetta magica e non so come sarà l’estate. Tanti chiedono. Grest o non grest? Nessuno, ad oggi, lo sa. Se si potrà o non potrà fare. E se sì, come? Pensiamoci insieme. Perché l’idea di ciascuno è sempre mancante. Chiediamo ai preti giovani di sprigionare forza ed entusiasmo per leggere questi tempi e intuire strade che il Signore apre. Perché le parole del parroco, educatore, vicina di casa, barista e in esse quella del Signore continui a risuonare. Togliamoci l’ansia di dover fare come si è sempre fatto, di dover essere all’altezza di chissà cosa. Togliamoci la preoccupazione di dover rimettere in piedi tutto, come se niente fosse. Rimettendoci a correre ancora come disperati. Non sarà e non potrà essere così. Sarà nuovo. Ci saranno tanti elementi da tenere insieme. Le indicazioni del Governo, le linee della Chiesa, la situazione delle famiglie, economica e lavorativa, gli spazi, le restrizioni, i tempi della scuola, il bisogno dei ragazzi, la fiducia dei genitori, l’attenzione verso gli ultimi e le conseguenze che questa pandemia lascerà nei cuori di tutti come ferita, paura, minaccia. In tutto questo parla il Signore e non possiamo non ascoltare. Questo sì, sarebbe il peccato più grave.

Come ufficio di Pastorale Giovanile, in unione a una scelta regionale, non metteremo a disposizione il tradizionale materiale del grest (tema, obiettivi, canti, magliette, foulards, etc…). Lo spazio lo lasciamo alla vita che già tanto materiale ci sta dando per pensare, pregare, cantare, condividere e lasciar posto a un dialogo cuore a cuore tra noi e con Dio per raccontargli ciò che abbiamo  attraversato e cosa ha provocato in noi.

Vorremo però essere vicini a tutti gli oratori, a voi preti e a tutti gli educatori. Se ci sarà possibile, e se lo riterrete un’occasione per godere del legame ecclesiale che ci unisce, accompagnare le scelte, suggerire strade e predisporre piccole linee tematiche per l’estate. Un passo alla volta. L’oratorio non muore, perché tanta Vita contiene. È solo ferito, un po’ trafitto. Ma tanti soffi può ancora regalare.

Ai bambini che vorranno sempre vincere, e a noi preti che saremo lì, a fare il tifo per loro.

 

 

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